Case-famiglia e strutture per anziani, un settore importante da qualificare con norme rigorose.

Il settore dell’assistenza è delicato e cruciale. In Emilia-Romagna conta quasi 1200 strutture (28mila posti complessivi), attive tra assistenza socio-sanitaria e socio-assistenziale, in un sistema integrato tra pubblico, privato accreditato e privato autorizzato. Di queste, ben 980 sono destinate agli anziani (19600 posti) mentre 250 alle persone con disabilità (8200 posti).

Una rete importante e fitta di case residenza, centri diurni, case di riposo e comunità alloggio tenuta salda, in gran parte, dal Fondo regionale per la non autosufficienza. Basti pensare che lo scorso anno la Regione ha stanziato per esso 441 milioni di euro, sei milioni in più rispetto al 2017, una cifra pari a quanto lo Stato spende per questo settore nell’Italia intera. Per qualificare questo sistema, però, servono regole nuove. La Regione farà la sua parte, ma lo Stato deve mettere mano a quanto di sua competenza, sottoponendo ad esempio le case-famiglia ai requisiti del settore pubblico, evitando aperture facili, aumentando i controlli e le professionalità coinvolte.

Se non dovessero arrivare risposte in questo senso da Governo e Parlamento entro l’estate, la Giunta regionale proporrà all’Assemblea legislativa di procedere con una propria legge regionale.

Ma la Regione intende comunque agire subito per adottare provvedimenti più stringenti. Il primo toccherà i controlli, ulteriormente rafforzati rispetto ai 400 effettuati nel 2017, con una task force aperta ad Ausl, Comuni, sindacati e associazioni del settore. I Comuni saranno supportati anche da fondi specifici per la formazione della Polizia municipale e la collaborazione tra enti locali.

Una seconda azione sarà sui requisiti. D’intesa con Anci Emilia-Romagna, la Regione prevede il recepimento nei regolamenti comunali di quei requisiti di qualità facoltativi (già oggi molto avanzati rispetto al panorama nazionale e previsti nelle Linee guida regionali definite nel luglio 2018 con Comuni, sindacati, familiari ed esperti) che diverranno requisiti obbligatori. In particolare: verifiche prima dell’apertura, con comunicazione preventiva e disponibilità al controllo della struttura prima della sua apertura; spazi adeguati oltre che, naturalmente, a norma; personale qualificato, e dunque disporre di personale adeguatamente formato; attività: organizzazione strutturata di attività di animazione, motorie, gite e uscite, con la presenza di un ‘diario di bordo’ dove vengano annotati ogni giorno le attività e gli eventi accaduti; requisiti di moralità.

La terza stretta sarà sull’apertura e la partecipazione. Si prevede in particolare di rendere obbligatoria l’apertura delle strutture non solo a parenti e conoscenti, come già ora previsto, ma anche ad associazioni di volontariato del territorio o accreditate presso i Comuni e alle organizzazioni sindacali.

Lavoro di squadra e verifiche aperte al terzo settore aiuteranno tanto la prevenzione di possibili abusi quanto un’assistenza di livello sempre maggiore.

 

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